Il premio giornalistico Benedetta D'Intino
È indetto dalla Fondazione Benedetta D'Intino per portare l'attenzione degli organi d'informazione sulle tematiche
legate alla disabilità e alla sofferenza psicofisica di bambini e adolescenti e soprattutto per sottolineare l'importanza
di trattare tali argomenti con competenza e umanità.
Questa edizione è stata dedicata a
Giuseppe Pontiggia, noto scrittore e grande amico, che in
Nati due volte ha
saputo riproporre in tutta la sua intensità il difficile rapporto tra un padre e il figlio disabile. Il Teatro
Litta gli ha dedicato l'aula in cui si svolgono i corsi di scrittura curati da Laura Lepri.
Al Premio hanno partecipato gli articoli pubblicati tra il 1° settembre 2002 e il 31 marzo 2004 che hanno approfondito
la tematica
"Handicap e famiglia". Al miglior articolo, evidenziato dall'insindacabile giudizio della Giuria,
un unico premio in denaro, offerto dalla Casa Editrice il Saggiatore.
La
giuria:
Riccardo Bonacina,
Direttore di "Vita",
Cipriana Dall'Orto,
Condirettrice di "Donna Moderna",
Franco Guzzi,
Amministratore Delegato Cohn & Wolfe e Presidente Assorel,
Claudio Lovato,
Presidente Gruppo Sfera,
Giordana Masotto,
Direttrice di "Tu",
Kicca Menoni,
Direttrice di "D La Repubblica delle Donne",
Cristina Mondadori,
Presidente Fondazione Benedetta D'Intino,
Piero Ostellino,
Editorialista del "Corriere della Sera",
Carla Vanni,
Direttrice di "Grazia".
Il Comitato Scientifico:
Claudia Artoni Schlesinger, Psicoanalista Centro Benedetta D'Intino,
Ugo Castellano, consigliere Sodalitas,
Mattia Formenton, Amministratore Delegato Il Saggiatore,
Marco Griffini, Presidente Associazione Amici dei Bambini,
Carla Marzani, neuropsichiatra infantile Centro Benedetta D'Intino,
Alba Marcoli, Psicologa clinica di formazione analitica,
Livia Pomodoro, Presidente Tribunale per i Minorenni di Milano,
Aurelia Rivarola, neuropsichiatra infantile Centro Benedetta D'Intino,
Tito Rossi, Presidente Centro Bambino Maltrattato,
Silvia Vegetti Finzi, Psicologa Clinica e Scrittrice.
PREMIO GIORNALISTICO
BENEDETTA D'INTINO
II EDIZIONE
Sarà messo in scena
NATI DUE VOLTE Spettacolo teatrale dal romanzo
di Giuseppe Pontiggia
con Andrea Carabelli e Giorgio Sciumè
drammaturgia di Giorgio Sciumè
regia di Giorgio Sciumè
15 novembre 2004 ore 18
Milano, Corso Magenta 24
NATI DUE VOLTE
Spettacolo teatrale dal romanzo
di Giuseppe Pontiggia
con Andrea Carabelli e Giorgio Sciumè
drammaturgia di Giorgio Sciumè
regia di Giorgio Sciumè
NOTE DI REGIA
Nè se stesso nè un altro
Lo fa per gioco, non è nè se stesso nè un altro, dice ad un certo punto Pontiggia dell'attore.
Questo è il teatro del nostro spettacolo: l'azione parlata di due attori–narratori, sempre in scena,
che continuamente trascorrono da uno stato di presenza fisica neutra (ombre, sagome nello spazio) alla
rappresentazione del personaggio.
 |
Uno dei due attori però rappresenta e narra solo il personaggio principale, padre ed io narrante (è
suo il viaggio interiore di questa storia). In quanto autore egli rappresenta il momento della dizione
piana, riflessiva, pensata. È lo scrittore, lo stratega retore che enuncia. La sua azione parlata è
anche stilisticamente raffreddata dal pensiero. È il pieno della parola, il tempo esatto della dizione.
È la parola come necessità di essere scritta (e detta) secondo forma. Ma non solo: è l'esperienza che si
fa narrata, il vissuto che trova la strada della comunicazione e l'azione responsabile di raccontare la realtà.
L'io presente a se stesso e agli altri. Colui che tiene e verso cui conducono tutti i fili della storia.
L'altro attore, invece, rappresenta l'altro da sè rispetto all'io narrante. Per questo motivo l'attore dà
voce a personaggi diversi: il figlio, il suocero, il direttore della scuola, la madre, e tutti gli altri
personaggi... E la sua voce si caratterizza molto più marcatamente in relazione ai caratteri che descrive.
Le parole forzate nella gola del suocero, faticose nella voce roca del figlio, squillanti negli urli del
preside, dolci sulla bocca della madre, sono tutte immagini di presenze esistenti fuori dal pensiero del
personaggio principale.
 |
La scelta drammaturgica di riscrivere
Nati due volte come un dialogo e di dividere le parti come il
sè e
l'altro–da–sè deriva anche dalla decisività con cui, nel romanzo, mi sembra venga suggerita un'apertura all'altro;
anche in senso ontologico, come ineluttabilità di una domanda di senso. Nella riscrittura compaiono anche frammenti
da altri testi:
Aubade di Auden,
The Waste Land di Eliot,
Due nel crepuscolo di Montale, e ci sono riferimenti ai
film
Paris, Texas di Wenders e
Lo specchio di Tarkovsky. Sono luoghi di significato che hanno guidato e aiutato il
passaggio dal romanzo alla scrittura drammatica e dalla scrittura drammatica allo spettacolo.
Come se lui fosse un altro e io un altro
All'inizio del romanzo, nel primo capitolo, Paolo, il figlio disabile, dice a suo padre:
"Se ti vergogni puoi
camminare a distanza non preoccuparti per me".
La parola distanza, tra il padre e il figlio, ricompare solo alla fine. L'ultimo capitolo si chiama A distanza.
La situazione è analoga a quella del primo capitolo: padre e figlio si trovano in mezzo a gente sconosciuta ma il
movimento descritto è opposto. Se nel primo capitolo quella frase li allontana, nell'ultimo è proprio una distanza
che li unisce. Questa ultima scena ci viene raccontata così:
"Una volta, mentre lo guardavo come se lui fosse un
altro e io un altro, mi ha salutato. È stato come se ci fossimo incontrati per sempre, per un attimo". È la distanza,
l'allontanamento da sè che permette questo sguardo. Ma è una separazione amorosa.
Per sempre, per un attimo, è quasi un
topos da poesia amorosa: l'autore vuole che li pensiamo innamorati, ma certo non è l'istante di un primo incontro
quello che viene descritto, il colpo del primo sguardo, quanto la flagranza di comunione piena che risulta da un lungo
viaggio: è un amore certo e provato che parla.
La similitudine con l'innamorato non si ferma qui. Accorgersi dell'altro, guardare in modo diverso l'altro per un
istante, è l'azione dell'innamorato. E questo sguardo è un'incontro. Decisiva anche la luce di questo istante che
illumina il romanzo. Questa idea di principio alla fine del testo, di sguardo primo e decisivo alla fine del romanzo
è il momento del tempo che dà senso a tutto. È l'istante che giustifica anche il dolore.
Ci sono altri due aspetti in questa ultima frase che mi preme sottolineare. Innanzitutto il
come se, il gioco di
essere un altro, quel teatro del rapporto che la situazione racconta, descrive la libertà di questo momento, è come
se quell'amore fosse dichiarato ad un estraneo; per questo vale di più. E vale per tutti: è sempre decisivo guardare
gli altri allontanandoci da noi e dalle idee che già abbiamo degli altri (grandi o piccole che siano).
Il secondo aspetto riguarda la forma a cui è consegnato il finale. Se la domanda sul significato del fare letteratura
(quindi arte) è uno dei temi di sottofondo del testo, questa chiusura finale, questo graffio metrico finale, l'anafora
per... per..., la scansione di queste cinque parole
(Per sempre, per un attimo), mi sembra non siano sono solo
un'apertura lirica. Posti alla fine di tutto il romanzo, mi fanno pensare proprio al significato del fare letteratura.
La cellula ritmica e lirica del finale rafforza l'idea di un pensiero e di un esperienza che vuole farsi parola
scritta, forma. In un istante che dura per sempre queste ultime parole, non rivelano una deriva lirica ma la
necessità della formalizzazione letteraria. Oltre, ovviamente, all'intuizione, alla speranza d'eterno nell'effimero.